“Ho 26 anni e odio fortissimamente mia madre. Lo so che pensi che non sia giusto, ma credimi l’ha voluto lei. Adoravo mio padre e all’età di undici anni i miei si sono separati. Ricordo con la morte nel cuore quando mio padre se n’è andato via. Mia mamma odiava mio padre e ha fatto di tutto per non farci frequentare e spesso ha tentato di parlarmi male di lui. Io fingevo di ascoltarla e dentro il mio cuore piangevo e desideravo vederlo e sentirmi rassicurata da lui, mentre il mio astio per lei cresceva a dismisura. Ben presto mio padre fu costretto, ad allontanarsi da me. Quando ho avuto 18 anni sono corsa da lui, ma era ammalato e poco dopo è morto.

Maledetta mamma, ti odio profondamente, e spero con tutta me stessa che i tuoi anni siano pieni di rimorsi e che tu non possa vivere mai in pace con il tuo secondo marito.

Maledetta tu e maledette tutte quelle donne che si comportano come te. Cosa credete di fare separandoci dai nostri padri? Pensate forse che il richiamo del sangue non conti? Pensate che noi figli siamo proprietà soltanto delle madri? Mi hai rovinata cara mamma, come figlia, come moglie e come madre. Non voglio figli, per me è stato brutto essere una figlia, solo ed esclusivamente per colpa tua.

Ho paura di diventare madre perché potrei diventare come te.”

La scelta di iniziare il  mio articolo con questa lettera, è perché nella sua dura autenticità e congruenza, trasferisce il senso e soprattutto, il danno che si provoca ad un figlio/a quando sperimenta l’ alienazione parentale, da parte di un genitore. (madre o padre)

Quando  una coppia non riesce  a superare la crisi personale innescata dalla separazione e quindi trovare dentro di sé motivi di autostima, sospinti anche da motivazioni di conflittualità latente, hanno bisogno di definire il coniuge negativamente e quindi anche di definirlo “inidoneo” nel ruolo genitoriale.

 Da qui la sempre più frequente denigrazione dell’altro genitore agli occhi del figlio e la richiesta, formulata in modo più o meno esplicito, che anche il figlio contribuisca a tale definizione scegliendo lui come unico genitore. 

Il perdurare del conflitto per molto tempo dopo la separazione costituisce la principale fonte di stress non solo per la coppia ma anche e soprattutto per i figli che continuano ad essere coinvolti in dinamiche relazionali e genitoriali disfunzionali.

La famiglia conflittuale rappresenta un altro assetto della famiglia separata in cui gli ex coniugi non hanno raggiunto il divorzio psichico e continuano a rapportarsi in modo conflittuale in quanto, anche se entrambi continuano a occuparsi dei figli, tendendo ad instaurare genitorialità parallele. 

La sindrome PAS da alienazione genitoriale, si utilizza, per descrivere questo fenomeno, il termine “sindrome da alienazione parentale” (anche abbreviata come sindrome PAS), facendo riferimento al comportamento del genitore affidatario, teso a fomentare nei figli odio e avversione nei confronti dell’altro genitore.

La Sindrome di Alienazione Genitoriale dall’inglese Parental  Alienation  Syndrome (PAS) fu descritta da R.A. Gardner a partire dagli anni ottanta.

Rappresenta un disturbo psicopatologico e un abuso emotivo che colpisce i figli, solitamente in un età compresa tra i 7 e i 14/15 anni, pertanto si può definire un vero e proprio disturbo dell’età evolutiva.

 Il contesto di sviluppo della PAS è il momento di separazione  dei genitori e la conseguente custodia dei figli. Quando la separazione assume caratteristiche conflittuali, ognuno degli ex-coniugi, convinto di aver ragione, rischia di coinvolgere i figli in una “lotta tra adulti” disorientandoli e costringendoli ad una scelta forzata.

Tale comportamento ha lo scopo di separare, allontanare i figli da un genitore (alienato) e indottrinare il figlio da parte dell’altro genitore (alienante) contro il genitore alienato. Emerge in modo chiaro la strumentalizzazione dei figli da parte del genitore alienante nei confronti del genitore alienato, con lo scopo di acutizzare e rendere impossibile il rapporto dei figli col genitore alienato.

Pertanto sembra importante evidenziare che tale comportamento presuppone la soddisfazione egoistica ed esclusiva da parte del genitore alienante. Il genitore  che mette in atto tali comportamenti pone in secondo piano i bisogni e le necessità dei figli, creando una realtà molto spesso non giustificabile. Gardner nello studio di questa Sindrome ha evidenziato 8 indicatori della sintomatologia e 3 livelli di gravità.

Nei casi di alienazione genitoriale non vi è alcuna possibilità di collaborazione in quanto gli ex coniugi si danneggiano l’un l’altro e soprattutto danneggiano il figlio attraverso un conflitto aspro che si manifesta con squalifiche e denigrazioni reciproche, battaglie giudiziarie interminabili. La rabbia è così intensa che nessuno dei due può accettare i diritti dell’altro neanche come genitore: l’ex coniuge è semplicemente un nemico da eliminare dalla propria vita e anche da quella dei figli.

Uno degli indicatori maggiormente presente è rappresentato dalla campagna di denigrazione, in altre parole il genitore alienante denigra verbalmente il genitore alienato di fronte al figlio/a.

Dal punto di vista relazionale,  in questi casi, i figli possono essere coinvolti in “triadi rigide”, ovvero in una dinamica relazionale in cui il confine tra il sottosistema genitoriale e il figlio diventa diffuso e quello intorno alla triade genitori – figlio diviene esageratamente rigido”. Secondo Minuchin, in un sistema familiare è possibile distinguere tre principali tipi di triade rigida :

  • la coalizione. È definita come l’unione tra due persone a danno di un terzo. Uno dei genitori si allea con un figlio in una coalizione rigidamente definita contro l’altro genitore. Nel caso delle famiglie separate possiamo osservare, frequentemente, una coalizione madre – figlio che esclude il padre. Sono i casi in cui i figli arrivano a rifiutare ogni forma di dialogo e anche di incontro con l’altro genitore. 
  • la triangolazione. È definita come una coalizione instabile in cui ciascun genitore desidera che il figlio parteggi per lui contro l’altro; quando il figlio si schiera con uno dei genitori, l’altro definisce la sua presa di posizione come un tradimento. Se c’è una triangolazione, il figlio rimane come paralizzato in quanto cerca di dare ragione e affetto sia all’uno che all’altro.
  • la deviazione. Due persone in conflitto tra loro spostano il conflitto su un terzo. Nelle famiglie separate in cui il conflitto non è esplicitato per cui non è possibile negoziarlo e risolverlo, il figlio può arrivare ad agire comportamenti devianti o a presentare manifestazioni sintomatiche in quanto entrambi i genitori sono rigidi sul loro modello educativo.

Anche nei casi meno eclatanti, ma non per questo meno gravi,  si riscontra spesso nel genitore affidatario l’abitudine di utilizzare i figli per recare quanto più fastidio e disturbo al coniuge non affidatario. 

Si ostacolano, ad esempio, le visite o si impongono orari e condizioni non compatibili con le esigenze di vita del padre. Di fronte a questi atteggiamenti, per quanto un padre si impegni, riuscire ad essere presente nella vita dei figli sarà sempre un’impresa.

Il rapporto con i propri  figli dovrà durare tutta la vita e cedere ai piccoli o grandi ricatti sarà probabilmente la scelta peggiore, poiché non si farà altro che alimentarne di nuovi.

Subire passivamente innescherà una spirale, come in tutti i casi in cui si rivela ad un “avversario” il proprio punto debole. Per questo, secondo la mia esperienza, è necessario fin da subito opporsi agli atteggiamenti ostruzionistici e a tutti quei comportamenti che coinvolgano i figli nella conflittualità coniugale, portandoli a schierarsi a favore di un genitore contro l’altro. Occorre sapere che la Legge (se opportunamente utilizzata) ti offre gli strumenti per reagire e per difendersi.

La condotta del genitore che, con i propri comportamenti, produca l’allontanamento affettivo del figlio dall’altro coniuge è, infatti, espressamente sanzionabile.

I casi sono numerosi e la buona notizia è che anche la giurisprudenza, in occasione di numerose recenti pronunce favorevoli, ha manifestato la sua sensibilità, offrendo ai padri le opportune tutele.

È evidente che a pagarne le spese non sarà solo il genitore odiato, ma sarà, prima di ogni altri, lo stesso figlio, ingannato e manipolato.

Mi sembra doveroso sottolineare, ulteriormente, l’importanza delle conseguenze della PAS sui figli, spiegando, come i conflitti che si scatenano tra i genitori comportano seri danni sia a breve che a lungo termine sulla vita dei figli contribuendo a farne dei futuri adulti instabili e disadattati.

Un elenco può essere esplicativo delle sopracitate conseguenze: • problemi comportamentali; • problemi scolastici; • difficoltà affettive; • problemi nella qualità relazionale con i genitori; • difficoltà psico-emotive (manifestazioni depressive, sintomi d’ansia, idee suicide).

Infatti, quando i figli, vittima di alienazione genitoriale diventano adulti, i primi studi evidenziano le conseguenze a lungo termine dell’aver subito questo abuso in età infantile senza essere stati protetti (bassa auto-stima; depressione;  abuso di alcool e droghe; mancanza di fiducia verso il prossimo; difficoltà od incapacità a formare relazioni sane e stabili…) aprendo la strada a cause legali per il risarcimento del danno biologico subito.

Uno studio qualitativo retrospettivo è stato condotto su 38 adulti che da bambini hanno subito l’alienazione genitoriale.  Sono stati analizzati i risultati riguardanti gli effetti a lungo termine.  I risultati hanno rivelato 7 aree principali di impatto: 1) bassa auto-stima; 2) depressione; 3) abuso di alcool e droghe 4) mancanza di fiducia; 5) venire alienati dai propri figli; 6) divorzio; 7) altro.  Questi sette temi sono discussi per analizzare le vide dei figli adulti dell’alienazione genitoriale.

Si evince, così, dati alla mano, che le conseguenze della PAS su figli esposti al conflitto fra i genitori provocano tremende sofferenze.  

La colpa che provano quando i genitori si separano viene esacerbata dallo stress di vedere che l’amore per un genitore è condizionato ad abbandonare l’altro.  Sebbene i bambini siano impotenti nel porre fine alla guerra fra i genitori, finiscono con il credere che se si alleano con uno contro l’altro, le sofferenze finiranno.  

E se il processo di alienazione ha successo, le conseguenze per il figlio che ne è vittima possono essere ancora più profonde: incapacità di formare relazioni sane e durature con gli altri, influenza negativa sulla auto-stima ed approccio alla vita.

I minori con PAS manifestano più frequentemente un comportamento manipolativo e tendono a distorcere la realtà familiare.   

Costoro, mostrano minore rispetto per l’autorità e  più frequentemente manifestano  un’affettività conflittuale e ambivalente.  

Questi minori non possono esprimere liberamente le loro emozioni ed affetti verso i genitori e spesso possono provare affetti contrastanti senza riuscire a integrarli.

 E’ presumibile pensare che per evitare danni gravi ed aggiuntivi, come quelli, finora menzionati, occorrerebbe che i professionisti dell’ambito giuridico e quelli dell’ambito psicologico imparino a lavorare in modo coeso e sinergico sia per tutelare i diritti di ognuno sia per restituire un senso ad un contesto genitoriale di cui i figli necessitano.

Gli effetti della sindrome di alienazione sui figli dipendono: 

  • dalla severità del programma,
  • dal tipo di tecniche di lavaggio del cervello utilizzate,
  • dall’intensità con cui viene portato avanti il programma,
  • dall’età del figlio e dalla sua fase di sviluppo, oltre che dalle sue risorse personali,
  • dalla quantità di tempo che essi hanno trascorso coinvolti nel conflitto coniugale.

L’impatto della sindrome comunque, non è mai benigno perché coinvolge manipolazione, rabbia, ostilità e malevolenza, a prescindere dal fatto che il genitore programmante ne sia più o meno consapevole. Ciò che si ottiene sui figli è sempre un grave lutto di una parte di sé. Ed è evidente quanto sia delicato e difficile operare in questo campo, sia per riuscire a progettare un intervento congruo sia per riconoscere le varie forme di PAS, che molto spesso vengono mal interpretate o non riconosciute rischiando ulteriori complicazioni. Emerge, altresì,  la necessità di sviluppare un intervento che richiede un duro, impegnativo e collaborativo lavoro da parte di tutte le figure professionali coinvolte (giudice, avvocati,  psicologi) per fare in modo che tutti i membri della famiglia ne traggano benefici, dando l’assoluta priorità a preservare e tutelare i diritti dei figli che risultano le vere “vittime della PAS”.

Foto copertina: http://www.cineblog.it/